Intervista a Paolo Benedetti

Ragazzi, guardate un pò cosa sono riuscito a ritrovare, penso che farà piacere a tutti:

Da una intervista ritrovata su Internet:

Centrocampista di quantità e qualità ma all’occorrenza anche arcigno difensore e bomber dell’ultimo minuto. Paolo Benedetti è stato, senza dubbio, tra i calciatori più apprezzati di un Avellino d’altri tempi, di quella squadra che ispirava simpatia non solo in provincia ma anche al di fuori dei confini regionali. Con la casacca biancoverde ha ricoperto quasi tutti i ruoli, ad esclusione del portiere.

Jolly a tutto campo, il biondo pisano giunse in Irpinia nell’estate del 1985. Carattere schivo, poco avvezzo ai riflettori, a parlare preferiva che fosse il campo. La sua serietà, l’incredibile disciplina tattica ed i gol pesanti ne fecero un perno insostituibile di quella squadra.
La massima serie l’aveva già conosciuta a Pistoia, Napoli e Genova, sponda rossoblu, prima della definitiva consacrazione in biancoverde.

“Sono stati tre anni eccezionali – ricorda Benedetti – ad Avellino ho vissuto uno dei periodi più belli della mia carriera, se escludiamo quella maledetta ultima stagione che culminò con la retrocessione in serie B. Quell’anno partimmo davvero male, forse eravamo troppo convinti di poter fare grandi cose, visto come era andato il campionato precedente. Invece, nonostante un girone di ritorno esaltante, quel pessimo avvio ci risultò fatale. Un vero peccato, perch?quella piazza, quell’ambiente non avrebbe meritato la retrocessione”.

Proprio il biondo centrocampista toscano fu protagonista di un episodio che costò la fine dell’avventura nella massima serie dell’Avellino: un gol regolarissimo annullato a Como.
“Eravamo a tre giornate dalla fine del torneo – ricorda – ed avevamo quasi compiuto il miracolo di raggiungere le terz’ultime. Andammo a Como consapevoli che, in caso di vittoria, avremmo potuto centrare l’obiettivo. Fu una giornata terribile, con il campo ridotto ad acquitrino. Il risultato era fermo sullo 0-0 quando arrivò un perfetto cross al centro dell’area, mi tuffai e di testa mandai la palla in fondo al sacco. Incredibilmente l’arbitro non convalidò la rete: a distanza di tanti anni ancora non mi rendo conto del motivo di tale decisione”.

Proprio quel risultato, contro una diretta concorrente, segnò il destino dei lupi e della permanenza di Benedetti ad Avellino. Con i biancoverdi in serie B, infatti, il biondo centrocampista si trasferì alla corte del Lecce, dove rimase cinque stagioni, tutte disputate ad altissimi livelli.

“Ma dell’esperienza avellinese – assicura Paolo il biondo – conservo un grandissimo ricordo. Sono stato davvero bene ad Avellino, ero riuscito ad instaurare ottimi rapporti con tutti, sia con i compagni che con i tifosi e con molti di loro ancora oggi ho contatti. Qualche anno fa sono tornato in città proprio per salutare alcuni dei ragazzi di allora della curva sud”
Settacinque presenze spalmate in tre tornei, undici reti messe a segno: un palmares importante quello di Paolo Benedetti in maglia verde. Tra i gol, tutti di pregevole fattura, uno è rimasto negli annali. Era il 19 gennaio 1986 e con una spettacolare rovesciata del numero “8” l’Avellino superò al “Partenio” l’Inter di Altobelli.

“Quel gol ancora me lo sogno la notte – confessa l’ex calciatore – oltre ad essere molto bello regalò una vittoria importante all’Avellino contro una delle squadre più blasonate d’Italia. Ci fu una grande azione di Agostinelli sulla fascia, che superò un paio di avversari e mise in mezzo un gran pallone, io ero marcato da Bergomi: in quel momento mi dissi che l’unica possibilità che avevo era quella di tentare la rovesciata volante. Ci provai e mi andò bene, a Zenga non rimase che guardare la palla che entrava in rete. Che emozione, ragazzi! La foto di quel gol ce l’ho attaccata al muro nel salone di casa: ogni volta che ci penso mi sembra fosse ieri, eppure son passati quasi vent’anni”.

Il calcio giocato, per Paolo Benedetti, è ormai un lontano ricordo. Da quando, nel 1987 dopo una fugace apparizione nel Pisa, ha appeso le scarpette al chiodo ha chiuso definitivamente con il mondo della sfera di cuoio. Sposato, padre di un figlio, vive all’ombra della torre pendente. Nella città toscana ha aperto un centro estetico, cui si dedica con cura insieme alla consorte.

“Sinceramente non mi interessava né la carriera di allenatore né quella di direttore sportivo o qualsiasi altra che avesse a che vedere con il calcio. Non che il pallone mi abbia stancato o annoiato: il fatto è che ritengo di aver dato tutto alla causa e non sento stimoli tali da rilanciarmi nella mischia. Il calcio è stato la mia vita, continuo a seguirlo con attenzione, ma lo faccio con l’occhio dello spettatore, magari spostato più dal punto di vista degli uomini in campo”.

Appare difficile, alla luce degli stereotipi odierni del mondo del calcio, immaginare un giocatore universale come il biondo toscano, inserito nei rigidi schemi attuali. Probabilmente anche questa eccessiva schematizzazione ha condotto Benedetti a non riconoscersi più nell’intero sistema calcio e a prendere la decisione di tagliare tutti i ponti. “Vent’anni fa i calciatori si sfruttavano per quello che potevano dare, per la loro carica umana prima ancora che per il bagaglio tecnico. Oggi il modulo viene prima di tutto: ognuno ha il suo ruolo che gli è stato disegnato addosso e deve svolgere quel compito nel miglior modo possibile. Non è un caso che appare difficile, oggi, immaginare un centrocampista che faccia il difensore o l’attaccante come è capitato a me. Tolti i pochi fantasisti rimasti in circolazione – osserva – credo sia scomparsa la libertà d’azione dei singoli”.

Intervista a Paolo Benedettiultima modifica: 2008-04-27T20:50:00+02:00da admin
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